Quando il business prevale sulla passione sportiva
È ormai da due campionati che l’Udinese si qualifica ai preliminari di Champions League regalando gioie e bel gioco ai propri tifosi. Il merito di tutto ciò è in primis di Guidolin che, a differenza di molti tecnici della massima serie, è uno che “insegna calcio” e riesce ad ottenere sempre il massimo da una rosa che anno dopo anno è in continua mutazione. Altro merito va riconosciuto alla dirigenza e ad un gruppo di osservatori che riescono a scovare in giro per il mondo giovani talentuosi (Isla, Asamoah, Armero, Benatia, Sanchez ecc.). L’Udinese è una multinazionale del calcio (stile Arsenal) che se riuscisse a trattenere i propri gioielli potrebbe restare in pianta stabile tra le prime quattro squadre della serie A.
Ma siamo sicuri che il progetto della famiglia Pozzo sia rivolto ad assicurare un roseo futuro alla compagine friulana? A tal proposito vi è molta confusione; perché avere tre società (Watford, Granada e Udinese), quando potresti investire per averne una di alto livello? Che senso ha qualificarsi per i preliminari di Champions e vendere Handanovic, Isla, Asamoah e probabilmente Armero e continuare a puntare su Di Natale che, pur giocando sempre ad alti livelli, ha ormai 35 anni? Si può capire la ripartizione dei diritti televisivi non equa, l’ambizione di molti giocatori di voler guadagnare più soldi e un presidente che di fronte ad offerte di 20 milioni per giocatori acquistati a 1 milione non ci pensa due volte ad incassare una plusvalenza. A questo punto i tifosi si chiedono se stiamo parlando di calcio o di piazza affari visto che plusvalenze e fair play finanziario ormai sono termini usatissimi dai giornali. Dove sono finiti i presidenti ambiziosi? quelli che provano a mettere il bastone tra le ruote ad Agnelli, Berlusconi e Moratti? Per ora l’unico che ha buone possibilità di riuscirci è De Laurentis, l’altro poteva essere proprio il patron friulano quindi spiace dirlo :”presidente Pozzo ha perso una grande occasione”.
Annamaria Sabiu
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